mercoledì 5 agosto 2015

Candelieri con la faccia sporca e altre polemiche ferragostane


Non è vera Faradda senza qualche polemica lanciata ad arte per surriscaldare il clima ferragostano. Negli ultimi vent'anni alla vigilia dei Candelieri abbiamo litigato sui candelieri medi, sui nuovi ceri, sugli inchini alle autorità, sugli orari di ingresso a Santa Maria e abbiamo colto l'occasione per tenere alte altre disfide estranee alla Festha manna: ZTL, rese di conti tra partiti, vertenze sindacali e così via.
Per non pensare che sia un impazzimento collettivo del nuovo millennio, ecco un campionario di diatribe di mezz'agosto a cavallo tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento.  Manca la storia più clamorosa ma merita un discorso a parte e lo affronteremo un'altra volta.

Condotte asciutte. La prima polemica è decisamente familiare. Alla vigilia della Faradda del 1893, oltre un secolo prima di Abbanoa, i sassaresi maledicono il servizio idrico. A pochi anni dall'inaugurazione dell'acquedotto di Bunnari, i residenti di piazza Castello si vedono chiudere l'acqua mezz'ora prima dell'orario annunciato: un disservizio che lasciano all'asciutto diverse famiglie per tutta la notte. "Col caldo che fa - commenta il cronista - non è certo una bella cosa, e raccomandiamo, a chi di ragione, perché l'orario sia osservato più scrupolosamente".

Basta sbadigli. Due anni dopo un editorialista della Nuova Sardegna - si firma ACTOS - saluta con soddisfazione la composizione di un comitato che vuole rilanciare la Faradda dopo la sciatteria degli ultimi dieci anni in cui "I soli candelieri, mezzo sfasciati, mezzo indecenti, continuarono a sfilare in piazza fra una calca sbadigliante". In vista del rilancio, ACTOS lancia un appello ai protagonisti della festa: "Chiudo con un desiderio: che i Gremi tutti concorrano a rendere più attraente la caratteristica processione, con abbigliare più riccamente e più decentemente i candelieri, ai quali bisogna lavar la faccia!".

Un guado dentro la città. Tra fine Ottocento e la prima decade del Novecento il ferragosto sassarese attira tanti turisti cagliaritani che arrivano in massa grazie al giovane collegamento ferroviario. A richiamare i cugini del Capo di sotto non è solo la Faradda - che si conclude al tramonto e dura decisamente meno di quella attuale - ma soprattutto le manifestazioni di contorno: il Festival nei giardini pubblici o in piazza d'Italia, le gare sportive, le corse ippiche e gli spettacoli a teatro. Alberghi e caffè vengono presi d'assalto, le donne tirano fuori le mise migliori e dappertutto è un brulicare di folla festante. Nel 1898 si ripete però un inconveniente che era stato segnalato già l'anno prima: tra l'emiciclo Garibaldi e i giardini pubblici si forma un rigagnolo d'acqua che costringe le donne imbellettate ad alzare le gonne per andare oltre: "Non è cortese né degno di città che aspira ad attrarre visitatori che di sole gentilezze dovrebbero serbare ricordo", scrive il giornale. Il comitato che organizza il Festival scarica la colpa su Palazzo Ducale: "Spetta al municipio che, senza interrompere questo corso d'acqua, potrebbe facilmente deviarlo per l'occasione. Tra la polvere della piazza e l'acqua che l'attraversa sarebbe facile trovare una soluzione: sopprimere l'una con l'altra. Ma non si domanda tanto". Il Comune messo alle strette interviene su entrambi i problemi: manda personale a rimuovere la polvere e durante la festa interrompe la distribuzione dell'acqua di irrigazione che finisce nella cunetta.

Il brigadiere accaldato. Le cronache ferragostane sono ricche di risse, denunce per schiamazzi e arresti per ubriachezza: un campionario che si ripete puntuale ogni anno. Nel 1903 nel libro nero della Festha manna finisce anche un tutore dell'ordine. La Nuova Sardegna racconta che, nel corso del Festival e a margine di un intervento contro un gruppo di studenti che si divertiva a urlare e fischiare, un brigadiere dei Carabinieri inveì contro la folla dando del farabutto a tutti quanti: "Davvero, che se la benemerita dà questi esempi non sappiamo come si potrà mantenere l'ordine pubblico - scrive il cronista - invitiamo pertanto e gli agenti della forza pubblica e il pubblico a serbare quel contegno che si addice a persone civili conscie dei propri diritti e dei propri doveri".



Non svegliate il tarlo. Nel 1906 La Nuova Sardegna pubblica una riflessione dal tono decisamente crepuscolare. Fa un certo effetto leggere questo passaggio, anche alla luce della recente inaugurazione del nuovo cero dei Sarti: "E, come noi l'abbiamo veduta, i nostri padri e i nostri uomini videro la bella sfilata dei Candelieri. Da molti anni essi dunque conservano la forma prima che diede a essi l'umana pietà e tra le fibre di quel legno il tarlo deve aver compiuto una terribile opera di distruzione. Che nessuno oggi tenti di scrostare un po' la vernice di fuori: potrebbe essere il principio dello sfacelo. E se un giorno, come vuole il destino, quelle colonne si disfarranno completamente? Ci saranno ancora degli uomini che vorranno riconsacrarle al Dio onnipotente, padrone della vita e della morte, perché un'altra volta sorrida all'omaggio dei suoi doveri figli e un'altra volta li benedica?".

A braccia incrociate. Sempre nel 1906 Sassari viene scossa da un imponente sciopero. Sessanta operai dello stabilimento Clemente e cinque del laboratorio Manca si astengono dal lavoro per protesta. Lo stato di agitazione dei lavoratori del legno - riuniti in una Lega - arriva la culmine di una lunga vertenza con i proprietari delle falegnamerie sulla riduzione dell'orario di lavoro a dieci ore e l'approvazione di un nuovo regolamento sui diritti e doveri degli operai. La Faradda si svolge in un clima pesante: "Lo stabilimento Clemente è sorvegliato dalla forza pubblica, ma non crediamo ci sia pericolo alcuno di disordini", rassicura La Nuova Sardegna.

Una baraccopoli nel salotto. Alcune polemiche si ripetono anche a distanza di cento anni. Nel 1907 piazza d'Italia è ancora una spianata polverosa e nei giorni della festa ospita strutture mobili e il padiglione del Circo Zavatta. Ma al cronista alcune cose non piacciono proprio: "Si vanno innalzando diversi chioschi che meglio potrebbero chiamarsi baracconi: è una vera indecenza. Né possiamo capire come se ne sia permessa l'erezione senza preventivo esame dei disegni. La piazza elegantissima per se stessa e più elegante ancora per le indovinate decorazioni, viene deturpata dagli indecenti baracconi da fiera di villaggio. E' questa l'impressione generale e noi per il buon nome di Sassari protestiamo".

La discarica nella vallata. Chi conosce il Fosso della Noce avrà difficoltà a ritrovarsi in questa notizia. Nel 1910, alla vigilia della Faradda, il comitato "Pro Montibus Sassarese" guidato dall'onorevole Garavetti si riunisce per affrontare alcune questioni importanti da sottoporre al Comune. Una riguarda la vallata tra viale Umberto e il nuovo quartiere: "Nel Colle dei Cappuccini hanno già cominciato a sorgere villini ed è ormai assicurato un grande sviluppo edilizio in detta regione; impiantando il boschetto nel Fossu di la nozzi, la vallata sarebbe trasformata in passeggiata pubblica e inoltre vi sarebbero maggiori vie di comunicazione tra i villini e il rimanente della città, si toglierebbe poi il grave inconveniente derivante dall'essere quella vallata coltivata a orto: le concimazioni vengono specialmente fatte colla spazzatura della città, questi rifiuti, deposti in mucchi, vengono lasciati esposti alla vista dei cittadini certe volte per mesi interi".

Monelli e sassi volanti. L'anno successivo la polemica ferragostana tocca i famigerati monelli sassaresi. La cronaca di Sassari ospita una sequenza di notiziole con un bersaglio preciso: i pizzini pizzoni. Scopriamo così che in città ci sono portoni dove dormono gruppi di 7-8 "furfantelli avvinazzati" e che i monelli sono considerati dei molestatori professionali: il 14 agosto finiscono tra le loro grinfie un garzone calzolaio di piazza Tola, che reagisce con un colpo di trincetto, e un mendicante di viale Umberto che si difende facendo vibrare il suo bastone. Probabilmente c'è un monello dietro questo fatterello raccontato con prosa futurista: "Con l'odierna invadente mania degli aeroplani e dei dirigibili non c'è proprio da stupirsi che oggi vogliano volare anche i… sassi. Uno di essi, fra i più arditi, cadde ieri sul capo della bambina Sanna Giuseppina di 12 anni che attraversava verso il tramonto in via Frigaglia con alcune sue amiche. Dalle quali la poveretta venne subito accompagnata a casa con la testa insanguinata".


Ferrovie amare. "Il fatto è così enorme che qualunque commento è superfluo". Così, nel 1917, chiosa il cronista dopo aver raccontano le peripezie di una signora vittima di uno zelante ferroviere: la donna compra un biglietto andata e ritorno in seconda classe sulla tratta Sassari-Caniga. Al momento di rientrare in città, il controllore le fa notare che in seconda classe non ci sono più posti. La signora, di fronte alla prospettiva di tornare a piedi dalla borgata, segnala che in prima classe invece ci sono due giovani e due ragazzi "comodamente sdraiati". Il personale del treno è risoluto: o sale nel bagagliaio o rimane a terra. La poveretta prende il suo biglietto di seconda classe e decide di marciare gambe in spalla verso Sassari "con questo caldo asfissiante". Il giorno a Sassari si registrano 38,8 gradi all'ombra.

(Per chi non lo avesse letto ho raccontato altri aneddoti sui Candelieri nel post La Faradda di Mangiafuoco).

domenica 28 dicembre 2014

Nozze lampo con truffa

(Prima di proseguire vi consiglio di leggere QUI la prima puntata di questa storia. Per chi ha fretta ecco un breve riassunto: nel 1943, poco prima di Natale, una vecchia rivela a un soldato umbro che la donna sassarese che sta per sposare è ancora formalmente unita in matrimonio a un altro uomo. Il milite la prende male e annulla le nozze. Prima di andare via dimentica di portare con sé i certificati fatti arrivare dal Continente).


La megera - che ha il cervello veloce come la calcolatrice meccanica del grossista di via Coppino – di fronte ai documenti lasciati dal soldato ha un’idea: con quel rapido addio, la donna ha perso la possibilità di usufruire dei sussidi dovuti alle mogli dei militari: figlia mia perché non celebri comunque il matrimonio e così ci dividiamo quei bigliettoni mensili? La promessa sposa è scossa ma coglie il messaggio, d'altronde ci sono quattro figli da sfamare. Il progetto richiede diverse forzature, intanto perché qualcuno deve impersonare il fante di Orvieto, poi perché la donna deve attuare il famoso stratagemma e infine perché bisogna fare le cose in fretta. 

Il primo problema è risolto: un altro soldato continentale si presta a entrare nella parte e procura anche i due testimoni: in Sardegna ci sono migliaia di militi sbandati, l'anagrafe è nel caos ed è impossibile fare verifiche; il secondo ostacolo - il fatto che lei sia già sposata - è superabile perché la donna chiede i documenti al Comune a nome di una sorella nubile; infine ottiene da un medico compiacente un certificato dal quale risulta in imminente pericolo di vita, in modo da giustificare l’urgenza.

C’è tutto, ora si può andare dal parroco che, impegnato nei preparativi natalizi, celebra le nozze all’istante. Le due truffatrici hanno vinto, possono dividersi il sussidio. Ma il cuore, appena sopra lo stomaco affamato, batte ancora. L’orgoglio e la speranza di riacciuffare quel giovane e ingenuo amore, inducono la donna a compiere un errore fatale. Va dal soldatino per sbattergli in faccia il certificato di matrimonio: siamo sposati, perdonami e ricominciamo come se nulla fosse accaduto. Lui si indigna, va prima dal parroco - che rimane basito - e insieme si rivolgono alla Questura. La sposa, la vecchia megera, il medico e i due testimoni vengono arrestati. Il finto sposo si dilegua per tempo, tanto nessuno sa il suo vero nome. 

La storia finisce sul giornale con un titolo che è un invito a lasciar perdere le altre notizie: “Un matrimonio da operetta, cronaca incredibile”. L'anonimo giornalista, probabilmente il grande Aldo Cesaraccio, si diverte da morire e chiude il pezzo in modo spietato: “Il banchetto nuziale, com’è logico, avrà avuto luogo a San Sebastiano…”.

martedì 23 dicembre 2014

Storiaccia di Natale

Nella parte alta del centro storico di Sassari c'è una piazzetta poco battuta che nel 1943, alla vigilia di Natale, fu teatro di un imbroglio macchinoso e sensazionale che fece chiacchierare l'intera città. Anche se la guerra qui faceva meno male, c'era bisogno di notizie allegre e quel 24 dicembre i sassaresi andarono alla messa di mezzanotte rasserenati non dalla nascita del bambinello ma dallo spassoso colonnino di cronaca letto la mattina. Questa storia sarebbe perfetta come commedia in vernacolo anche perché presenta tutti i caratteri giusti: la vecchia megera brutta e antipatica, il soldatino continentale sprovveduto, la popolana bella e avvenente. Ecco la trama.



Un'anziana possiede una casupola in una corte polverosa. Per 700 lire al mese mette il suo appartamento a disposizione di una coppia di amanti. Lui è un soldato di Orvieto e ha vent’anni, lei è sassarese e ne ha nove di più: non è proprio una giovincella. I due si amano appassionatamente e da alcuni mesi si vedono solo in quell’improbabile e ammuffito nido d’amore. Finché il milite decide il gran passo e chiede alla donna di sposarlo. Lei si commuove, acconsente e tutto fila liscio, anche perché lui ha già ottenuto i certificati necessari, un miracolo considerato il momento storico.


Ma se questa fosse una storia d'amore normale non sarebbe finita sul giornale. Con le nozze imminenti, infatti, la vecchiaccia teme di perdere gli inquilini e con loro l’entrata fissa. Allora gioca l'asso che ha sempre nascosto tra le pieghe cienciose del suo abito nero. Chiama il soldatino, lo fa sedere e gli alita la terribile verità: la tua promessa sposa ha già portato la fede al dito, ha la bellezza di quattro figli, ora è separata. Ragazzo, formalmente sarebbe bigamia.

E certo - direte voi - può succedere anche nel 1943 che una persona quasi trentenne abbia i suoi scheletri nel letto. Il soldatino umbro la prende male. Affronta l’amante – perché non me l’avevi detto? - e la saluta per sempre. Lei gli spiega che con uno stratagemma potrebbero comunque sposarsi. Argomenti inutili. Disperato e scoraggiato si lascia la storia alle spalle, talmente in fretta che dimentica nell’appartamento i documenti che si era fatto spedire dal Continente per celebrare il matrimonio. Un grave errore.
(1 - continua QUI)

venerdì 25 ottobre 2013

Caccia al ladro (con sorpresa)




“Ma fra tante persone proprio lui dovevi scegliere?”. Anche se il giornale non lo dice, è sicuro che questa storia finisce con una ragazza che sgrida il fidanzato.

Siamo in una mattinata di fine estate del 1950. Un anziano contadino di Ottava si reca di malavoglia a Sassari per fare delle commissioni, giusto per acquistare delle botti di seconda mano e fare un saluto alla sorella. Sono le 11 e sulla città si abbatte improvvisamente un violento acquazzone. A metà del Corso l’uomo si ripara dentro il grande portone di fronte a Palazzo Civico. Pochi attimi dopo lo raggiunge un ragazzetto trafelato che ha avuto la stessa idea. I due aspettano inutilmente che il temporale allenti la pressione. Il giovane è impaziente, saluta, si sbatte contro l’anziano e si infila dentro la muraglia d’acqua. Dopo quell’inopportuno contatto fisico l’uomo istintivamente mette la mano dentro la giacca di velluto alla ricerca del portafoglio. La tasca interna è vuota, c’erano ventimila lire.

L’anziano si lancia all’inseguimento. Vede il ragazzo sgusciare in via Rosello, in strada non c’è nessun altro, sono tutti appiattiti contro i portoni a schivare i goccioloni. L’uomo è fradicio e anche se è abituato a faticare nei campi non riesce a tenere il passo del ladro. Lo perde. Per venti minuti vaga tra i vicoli di San Donato gettando l’occhio dentro ogni portone, poi si arrende e decide di andare in Questura a denunciare il furto. 

Risale in via Mercato e all’altezza del Circolo combattenti sente delle voci provenire da una porta. Dentro ci sono un ragazzo e una ragazza guancia contro guancia che rigirano nelle mani un oggetto, sembra proprio un portafoglio. Distingue solo le ombre fino a quando nel chiarore riconosce i lineamenti del borseggiatore. Il giovane si vede scoperto, con uno scatto lo strattona nuovamente e scappa. Il vecchio rimane fermo inebetito perché dalla penombra è apparso anche il volto della ragazza. Lei apre la bocca sbigottita e pronuncia uno stupefatto “Zio Cosimo!”. 

Quando scopre di essere stato derubato dalla figlia della sorella, un contadino di poche parole può fare un'unica cosa: stamparle sulla faccia un sonoro ceffone. Poi un secondo e probabilmente un terzo, tanto da attirare l’attenzione dei passanti divertiti riemersi in strada dopo la pioggia. Zio Cosimo prende sottobraccio la nipote e la porta a casa dei genitori per la ramanzina di rito. Il ladro si è dato alla macchia ma il finale della storia lo possiamo immaginare.

venerdì 18 ottobre 2013

Nozze tristi in piazza Fiume

Se nelle ultime settimane non avete frequentato il blog consiglio la lettura della prima e della seconda puntata di questa storia. Altrimenti ecco dove eravamo rimasti: siamo nel 1906, a pochi passi da Palazzo Ducale, dove sta per unirsi in matrimonio con Antonica Sanna, il giovane Vincenzo Ruiu viene pugnalato alla schiena dalla ex fidanzata. Nonostante sia in pericolo di vita, l'uomo decide di sposarsi lo stesso nell'ospedale di piazza Fiume.



Lauretta Delogu entra a San Sebastiano sfinita dalle emozioni delle ultime trentasei ore. Nello stesso momento in piazza Fiume, a pochi passi, arriva un piccolo corteo ben diverso da quello che la mattina era partito da via Sant’Eligio. Antonica Sanna, i testimoni di nozze, i familiari stretti e l’ufficiale di stato civile entrano all’ospedale per celebrare delle nozze tristi. Vincenzo Ruiu è steso supino e pallido nel terzo letto a destra in una sala della clinica chirurgica. Ha gli occhi chiusi e alterna gemiti a lunghi silenzi. I medici non si sbilanciano: è gravissimo ma se non sopraggiunge la peritonite forse ce la farà.

Il funzionario municipale celebra il matrimonio circondato da persone che piangono e sospirano. Le corsie del Santissima Annunziata appaiono ancora più cupe e buie. Vincenzo e Antonica diventano marito e moglie, il piccolino che sta per nascere quantomeno non sarà figlio di NN. I sassaresi seguono con apprensione gli sviluppi: la voce dell’agguato in via Canopolo si è sparsa in un attimo provocando una profonda emozione. In tanti si recano in piazza Fiume per vedere il ferito, i medici preferiscono vietare qualsiasi visita. In diversi commentano: ma perché la legge in questi casi non consente ai maschi di avere due mogli? Quanto dolore verrebbe risparmiato.

Il giorno dopo Ruiu vorrebbe ricevere la consorte, e si pronuncia con una smorfia quando scopre che Antonica non si è presentata. L’uomo si aggrava, al suo capezzale arrivano i professori Simula e Roth che intendono fargli una laparatomia ed esplorare la cavità addominale devastata dal coltello. Ruiu non vuole farsi ulteriormente operare. Tutti lo considerano spacciato, più volte viene dato per certo il suo decesso. Ma l’agonia continua. 

Antonica torna a trovarlo, insiste sulla necessità che vada sotto i ferri e gli propone di celebrare anche il matrimonio religioso, il prete è pronto a indossare i paramenti. Le sue suppliche si sbattono contro due “no” decisi. Purtroppo Ruiu non viene risparmiato dalla peritonite, ora il dolore è ancora più acuto e insopportabile. L’uomo viene scosso da terribili frustate nervose.

Ci vogliono quasi due settimane perché smetta di soffrire. L’autopsia viene eseguita dal dottor Romolo Repetto, davanti al giudice istruttore Dussol e all’uditore giudiziario Vincenzo Chessa. Il pugnale ha reciso l’intestino cieco, anche il chirurgo avrebbe potuto fare poco. Il medico legale scopre che l’uomo aveva anche un altro male, forse il suo destino era comunque segnato. Ma questo Lauretta non poteva saperlo. (3 - fine).

venerdì 11 ottobre 2013

Via Canopolo, Lauretta e il pugnale


(Per chi non lo ha ancora fatto, prima di andare avanti suggerisco di leggere la prima puntata di questa storia. Altrimenti ecco il riassunto: in via Canopolo, sotto Palazzo Ducale, il 2 febbraio del 1906 una donna irrompe su un corteo nuziale per pugnalare alle spalle il giovane Vincenzo Ruiu che sta per sposarsi).


Anche se è stata scattata 15 anni dopo la nostra storia,
ne approfitto per pubblicare la foto del matrimonio
dei miei bisnonni Solinas in piazza del Comune

Mentre Vincenzo Ruiu giace tra la vita e la morte sul tavolo operatorio dell’ospedale civile, la donna col pugnale fornisce piena e consapevole confessione. Come una sonnambula che si risveglia spaesata, come una fresca vedova che realizza di essere la causa del vestito a lutto. Forse a placare la sua furia è stato il passaggio come in tranche aggrappata alle guardie tra due ali di folla: quegli sguardi sbalorditi e carichi d’odio l’hanno restituita alla realtà. 

Con la polizia rivive gli ultimi due anni della sua vita. Si chiama Lauretta Delogu, ha vent’anni e abita in via Guascone Capra, uno dei pettini di Sant’Apollinare verso corso Vico. Racconta una storia vecchia come il mondo: “Vincenzo Ruiu mi fece sua fin dal Natale del 1904. Mi ha tenuto con sé con promesse continue, sfogando su di me tutte le sue brame”. Lauretta parla e piange. “Poi, quando si è stancato, mi ha mandato via come un cane rognoso”. Il rapporto, vissuto tutto nell’ombra, finisce a metà gennaio quando Ruiu le confessa, supportato dalla madre, di essersi infilato in un brutto pasticcio con un’altra donna: “La sposerò per finta, Lauretta tu rimani il mio unico vero amore”.

La situazione precipita il primo febbraio, quando la giovane amante abbandonata scopre che il giorno dopo il suo Vincenzo si sposerà per davvero. Lauretta chiama un’amica e in preda a una vampata incontenibile di rabbia pianifica la vendetta. Prende un coltello da cucina, con un mattone e una pietra pomice lo arrota trasformandolo in uno stiletto micidiale. Prova a immaginare il percorso del corteo nuziale e va a nascondersi nell’ingresso di un palazzo di via Canopolo, a un passo dalla meta, che assaporino il gusto della festa prima di piangere. Tutto va come previsto: mentre estrae il pugnale dalla schiena dell’amato, Lauretta vede la rivale crollare a terra svenuta per lo choc. Lei e il suo pancione. 

Una sola cosa, fondamentale, va storta. Al termine dell’operazione Ruiu versa in condizioni disperate, eppure chiede con un filo di voce che le nozze vengano celebrate lo stesso: questo matrimonio s’ha da fare. (2 - continua qui)